Per la Nazionale italiana, l’inizio dell’era Mancini 2.0 non ha sortito l’effetto sperato. Anzi, ha messo in risalto problemi che ormai sembrerebbero essere sotto gli occhi di – quasi – tutti. Andiamo a snocciolare la questione, perché per gli Azzurri è ora di cambiare davvero. Non demagogicamente, filosoficamente, ma a fatti. Questo è il momento ideale, perché procrastinando non si fa nient’altro che peggiorare la situazione.
Nazionale italiana, il riassunto degli ultimi mesi: le parole di Mancini non confortano
Ricapitoliamo in breve. Marzo 2026: l’Italia di Gennaro Gattuso perde contro la Bosnia-Erzegovina e manca per la terza volta consecutiva la qualificazione ai Mondiali. Gattuso lascia la panchina. In estate Giovanni Malagò assume la guida della FIGC e avvia una rifondazione dell’area tecnica, affidandosi a Paolo Maldini come direttore tecnico e a Leonardo come consulente. Maldini e Leonardo individuano in Andrea Pirlo il candidato per la panchina azzurra. L’accordo sembra vicino, ma Malagò blocca la candidatura per una questione di opportunità legata alla collaborazione di Pirlo con Fonbet, società russa di scommesse.
Il veto su Pirlo porta alle dimissioni di Maldini e Leonardo, aprendo un nuovo terremoto ai vertici della Nazionale. Malagò nomina Claudio Ranieri direttore tecnico e presidente del Club Italia, mentre richiama Roberto Mancini sulla panchina azzurra, a tre anni dal suo addio. Il nuovo corso parte però con una sconfitta per 0-2 contro il Belgio all’Olimpico, con gol di Godts e Lukebakio. L’Italia mostra ancora difficoltà e viene contestata dal pubblico. Nel mentre ci sono anche le dichiarazioni del CT Mancini (alla partenza del raduno di Coverciano), che fanno sorgere dei dubbi su se sia chiaro che l’Italia, in questo momento, debba provare a costruire qualcosa. Queste le parole riportate dall’Ansa: “Sono sicuro che qualcosa nei prossimi quattro anni porteremo a casa, non inizio mai per perdere, c’è bisogno di vincere e dobbiamo cercare di farlo in fretta. Siamo positivi, di giocatori qualcosa mi intendo”. E ancora: “Ho convocato molti giovani perché sono convinto che saranno utili per formare una squadra forte in futuro“. È proprio questo il problema: non ora, ma solo in futuro.
Italia-Belgio, l’incipit
La prima gara della gestione Mancini bis, in effetti, porta con sé soltanto ulteriori dubbi su quanto si stia cercando di costruire. Contro il Belgio l’Italia perde 2-0 e, seppur con qualche buona occasione costruita (come quella capitata sul mancino di Kean, respinto miracolosamente da Lammens), quello che emerge è che di questo passo quel cambiamento tanto sperato non è nemmeno lontanamente imminente. 4-3-3 di partenza. Capitan Donnarumma in porta, Di Lorenzo e Calafiori sulle fasce con Mancini e Coppola centrali, mediana a 3 con Romano in cabina di regia e Tonali e Barella mezzali. Poi, Cambiaghi e Kean ai lati di Esposito.
Nazionale italiana, il quesito che dovrebbe accompagnare il miglioramento
Qualche volto nuovo, che però non sovverte l’energia di una squadra il cui blocco saldo non sembra capace di imporre la propria esperienza in campo. Segnali, dunque, non incoraggianti. Ciò che emerge in tal senso è una domanda che, nonostante ora sembri fatta a posteriori, ha radici lontane: non sarebbe stato di gran lunga meglio dare il là ad un nuovo ciclo, dando – davvero – spazio ai giovani talenti italiani? Coloro che dovranno, fra un paio di anni, essere lì a difendere il tricolore nelle competizioni più importanti per le nazionali?
Italia, ricomincia dai giovani
Andando nello specifico, senza intestardirsi con la filosofia, le convocazioni di Inacio, Zoma, Maldini, Doumbia, Kayode, Romano, Coppola e via discorrendo, sono sicuramente un buon punto di partenza. Ma se gli anziani del gruppo non hanno energie, o soffrono troppo il peso della maglia azzurra, non è meglio creare un nuovo ciclo basato su di loro? Sulla loro titolarità? Cercando di utilizzare una spina dorsale di chiocce (Donnarumma, Calafiori, Tonali e Barella, Esposito e Kean).
Italia, tra convocati esclusi dalle gare e non convocati
Ma ancora. Abbiamo visto, e ne parleremo, fuori dalle convocazioni (aggregati ad altre selezioni della Nazionale) giovani calciatori protagonisti in Serie A. Lontani, classe 2008, che al Parma è partito fortissimo (convocato dall’U19). Cissè, classe 2006, partito a bomba con il Milan di Amorim (convocato dall’U21). Liberali, classe 2007, su cui il Como ha investito e che quando ha avuto possibilità ha sempre dimostrato di poter incidere in ogni contesto (convocato dall’U21). E ancora: Lulli, 2006, Favasuli e Pisilli 2004 (convocati dall’U21). Ma anche lo stesso Inacio: convocato per essere messo in tribuna con il Belgio e bloccato in Italia ad allenarsi invece di partecipare alla trasferta in Turchia. La lista potrebbe continuare per un bel po’, ma il succo è chiaro. C’è davvero voglia di cambiamento, c’è davvero la volontà di costruire qualcosa e di iniziare a valorizzare davvero chi il talento lo ha, o sono solo intenzioni date al vento?
Le conclusioni
In Italia, forse, bisognerebbe comprendere che parlare di cambiamento non significa attuare un cambiamento. Che parlare di giovani, non significa credere nei giovani. Che tra il dire e il fare, in mezzo ci sono 3 mancate partecipazioni ai Mondiali. E il fumo gettato negli occhi dall’Europeo vinto, non può offuscare la vista sui reali problemi di questa mentalità basata sull’accontentare parzialmente il pensiero popolare. Perché, in Italia, se non è chiaro, esiste un problema e far credere di aver assecondato una trasformazione va a discapito della stessa Federazione. Perché, se c’è necessità di ripeterlo ancora una volta, qualcosa è andato in rovina con questa Nazionale e allora il cambiamento è obbligatorio. Non facoltativo, né tantomeno dovrebbe essere illusorio.
Intanto gli Azzurri sono attesi questa sera per la gara contro la Turchia, un match già cruciale per le sorti finali del girone di Nations League. Ma, in ogni caso, un successo o una sconfitta non cambieranno quanto scritto.
Foto: Biser Todorov / Wikimedia Commons — CC BY 4.0
Foto modificata/elaborata graficamente.


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