Riflessioni di un allenatore UEFA B sullo sviluppo del giovane calciatore.
Da allenatore, mi capita spesso di chiedermi che cosa porti davvero a casa un bambino al termine di un allenamento: un gesto tecnico eseguito correttamente oppure una maggiore capacità di leggere il gioco, scegliere e collaborare con i compagni?
È da questa riflessione che nasce il confronto con il modello formativo dell’Ajax, una delle realtà storicamente più riconoscibili nel panorama della formazione calcistica internazionale. Il valore del suo approccio non risiede soltanto nel sistema di gioco o nella qualità dei calciatori prodotti, ma nella ricerca di una continuità metodologica tra le categorie giovanili.
Il metodo Ajax: sei pilastri per formare il calciatore
Il metodo Ajax è uno dei modelli di formazione calcistica giovanile più conosciuti al mondo. È sviluppato dall’AFC Ajax attraverso la sua celebre scuola calcio, la De Toekomst (Il Futuro), ad Amsterdam.
Il suo approccio si basa su sei pilastri fondamentali:
Formazione calcistica
I sei principi della formazione
Tecnica individuale
Controllo orientato, passaggio, conduzione, dribbling e tiro.
Intelligenza calcistica
Imparare a leggere il gioco, anticipare le situazioni e prendere decisioni.
Gioco di posizione
Occupare correttamente gli spazi e creare linee di passaggio.
Possesso palla
Mantenere il pallone con qualità, velocità e finalità.
Creatività
Incoraggiare iniziativa personale, fantasia e capacità di superare l’avversario.
Autonomia
Educare il giovane calciatore a risolvere autonomamente i problemi che si presentano in partita.
L’Ajax utilizza il modello TIPS, composto da quattro aree:
Ajax
Il modello TIPS
Quattro aree di valutazione
Technique
Qualità tecnica e padronanza del pallone.
Insight
Intelligenza tattica e lettura del gioco.
Personality
Personalità, coraggio, leadership.
Speed
Velocità fisica e capacità di reazione.
La filosofia di fondo è semplice: non formare soltanto calciatori, ma sviluppare giocatori intelligenti, tecnicamente completi, autonomi e capaci di comprendere il gioco.
A mio giudizio, la lezione più importante non è copiare un modello straniero, ma comprenderne i principi e adattarli alla nostra realtà.
Il confronto con le scuole calcio italiane
In Italia esistono società dilettantistiche che svolgono un lavoro formativo di grande valore. Tuttavia, in alcune realtà, la pressione del risultato, le aspettative delle famiglie e la ricerca della vittoria immediata possono condizionare le scelte degli allenatori. Il rischio è privilegiare il bambino fisicamente più sviluppato o quello più pronto nel breve periodo, trascurando chi ha bisogno di più tempo per maturare.
Vincere non è un errore: la competizione fa parte dello sport. Il problema nasce quando il risultato diventa l’unico parametro con cui giudicare il lavoro di una squadra giovanile. Anche gli orientamenti federali italiani sottolineano l’importanza di obiettivi formativi adeguati all’età e di un percorso che metta al centro la crescita del giovane. La differenza, quindi, non consiste necessariamente in due filosofie opposte, ma nella capacità di trasformare i principi educativi in pratica quotidiana.
Allenare il gioco, non soltanto il gesto
Un passaggio eseguito senza avversari non presenta le stesse difficoltà di un passaggio effettuato sotto pressione, con poco tempo e diverse soluzioni possibili. Per questo ritengo importante integrare il lavoro tecnico con esercitazioni che stimolino percezione, scelta ed esecuzione. Pensiamo a un gruppo di Esordienti che fatica a mantenere il possesso. Possiamo proporre un gioco 4 contro 4 con appoggi esterni, nel quale i ragazzi siano chiamati a cercare linee di passaggio, smarcarsi e riconoscere quando sia opportuno avanzare o conservare il pallone.
Durante l’attività, invece di interrompere continuamente il gioco, possiamo porre domande semplici: «Dove potevi guardare prima di ricevere?» oppure «Quale spazio era libero?». L’obiettivo non è lasciare i ragazzi senza guida, ma aiutarli a sviluppare autonomia decisionale. Le esercitazioni devono essere adeguate all’età e alle capacità del gruppo, con difficoltà progressivamente crescenti. Anche i programmi formativi della FIGC valorizzano proposte di allenamento coerenti con lo sviluppo dei giovani e con gli obiettivi di apprendimento.
Il ruolo dell’allenatore e del responsabile tecnico
Una scuola calcio non costruisce una metodologia condivisa semplicemente adottando un modulo, come il 4-3-3, o ripetendo esercitazioni viste in un’accademia professionistica. Serve un progetto che accompagni il ragazzo nel tempo. Nei più piccoli è fondamentale favorire il piacere di giocare, la coordinazione e il rapporto con il pallone. Crescendo, si possono approfondire la collaborazione, lo smarcamento, la lettura degli spazi e le scelte nelle diverse fasi del gioco.
Il responsabile tecnico dovrebbe garantire continuità tra le categorie, organizzare momenti di confronto tra allenatori e verificare i progressi dei ragazzi senza ridurli a una classifica di risultati. Come allenatore UEFA B, considero altrettanto importante il modo in cui gestiamo l’errore. Correggere tutto e subito può limitare l’iniziativa; lasciare che il ragazzo sperimenti, invece, significa offrirgli la possibilità di imparare, purché sia accompagnato da indicazioni chiare e pertinenti. Il nostro compito non è soltanto preparare la partita della domenica, ma creare condizioni favorevoli alla crescita del calciatore.
Conclusione: costruire una cultura formativa
Una scuola calcio italiana non deve diventare una copia dell’Ajax. Le risorse, le strutture e le condizioni organizzative sono differenti, ma alcuni principi sono applicabili anche nelle società dilettantistiche: programmazione, formazione degli allenatori, coerenza metodologica e attenzione allo sviluppo individuale.
La qualità di un percorso non si misura soltanto dai campionati vinti o dai ragazzi che raggiungono il professionismo. Si misura anche dalla capacità dei giovani di comprendere il gioco, prendere decisioni, affrontare gli errori e continuare a crescere con entusiasmo.
Il vero obiettivo non è cercare soltanto il prossimo talento, ma costruire l’ambiente nel quale ogni ragazzo possa sviluppare il proprio potenziale. Perché una scuola calcio non dovrebbe limitarsi a preparare la prossima partita: dovrebbe contribuire a formare il prossimo calciatore e, prima ancora, la persona che diventerà.


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