Emilio Muccione: “Non mancano i talenti, manca chi ha il coraggio di lanciarli”

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Nel calcio moderno, dominato da dati, algoritmi e investimenti sempre più elevati, c’è chi continua a credere che il talento si scopra ancora sui campi di provincia, osservando dettagli che sfuggono alle statistiche. È la filosofia di Emilio Muccione, direttore sportivo e osservatore calcistico cresciuto a San Gregorio Magno, che da anni segue giovani calciatori con l’obiettivo di individuare il potenziale prima degli altri. Nell’intervista concessa alla nostra redazione, Muccione racconta il proprio percorso, dall’infanzia trascorsa sugli album Panini fino all’abilitazione da direttore sportivo, affrontando temi centrali come la valorizzazione dei giovani, il ruolo dello scouting e le criticità del calcio italiano. Il suo messaggio è chiaro: i talenti non mancano, ciò che spesso manca è il coraggio di credere in loro.

Dalle figurine Panini al calcio professionistico

Lei è partito da San Gregorio Magno, non una grande città dal punto di vista numerico. Quanto è stato difficile trasformare una passione in una professione nel mondo del calcio?

“È stato molto difficile, perché vivendo in un piccolo paese le opportunità sono decisamente inferiori rispetto a chi cresce in una grande città. Solo per raggiungere l’autostrada servono circa venti minuti di macchina. San Gregorio Magno è l’ultimo comune della provincia di Salerno: dopo pochi chilometri c’è già la Basilicata. Per arrivare a Napoli o Salerno occorrono quasi due ore. Questo fa capire bene quanto sia complicato inseguire un sogno nel calcio partendo da una realtà così periferica.”

Cosa l’ha spinta a intraprendere il percorso che l’ha portata all’abilitazione da direttore sportivo?

“La mia è una vera e propria malattia per il calcio. Da bambino studiavo gli album Panini già in prima elementare. Conoscevo a memoria presenze, gol e statistiche dei campionati. La maestra mi rimproverava e mi diceva di studiare le tabelline, ma io rispondevo che quelle le avevo già imparate all’asilo e volevo studiare i calciatori. È una passione che è cresciuta con me e che, col tempo, è diventata una professione.“

Lo scouting tra talento, dati e intuizione

Qual è la prima qualità che cerca in un giovane calciatore quando lo osserva dal vivo?

“La tecnica, senza dubbio. A partire dal primo controllo. Se un giocatore non sa controllare il pallone, tutto il resto diventa più complicato. Io dico sempre che il calcio è composto per il 33% dalla tecnica, per il 33% dall’aspetto fisico e per il 34% da quello mentale. E proprio la componente mentale è la più importante: stile di vita, personalità, educazione, determinazione e capacità di sacrificio fanno spesso la differenza.“

Nell’era dei dati e delle statistiche avanzate, quanto conta ancora l’intuizione di uno scout?

“Conta tutto. Le statistiche non possono raccontarti ciò che vede l’occhio di un osservatore sul campo. Se l’azione si sviluppa sulla fascia destra, io posso concentrarmi su cosa sta facendo il terzino sinistro, magari lontano dalla palla. La televisione e i dati seguono il gioco, mentre uno scout segue il singolo calciatore. Spesso mi capita anche di dimenticare il risultato finale della partita, perché non è quello che mi interessa. Un osservatore deve valutare il potenziale di un giocatore, non il punteggio. A volte il talento più interessante si trova proprio nella squadra che ha perso pesantemente.“

Nel 2025 ha raccontato di aver segnalato il difensore dell’Empoli Mattia Viti dopo una sconfitta per 4-1, mentre tutti gli altri relazionavano i giocatori della squadra vincente. Come si fa a notare un calciatore dopo una sconfitta così netta?

“Perché bisogna valutare il singolo giocatore e non il risultato della squadra. In Viti vedevo grandi qualità: fisico, colpo di testa, personalità, senso della posizione, capacità di anticipo e un ottimo piede. Aveva tutte le caratteristiche per arrivare ad alti livelli. In quella partita molti osservatori erano concentrati sui giocatori della squadra vincente, soprattutto su quei ragazzi che apparivano già dominanti dal punto di vista fisico. Io, invece, cercavo prospettiva. Pensavo che alcuni fossero già arrivati al loro massimo potenziale, mentre Viti avesse ancora enormi margini di crescita. I fatti, poi, hanno dimostrato che quella valutazione era corretta.“

Giovani, sostenibilità e il futuro del calcio italiano

Perché il calcio italiano continua a concedere meno spazio ai giovani rispetto ad altri Paesi europei?

“Perché manca il coraggio. In Italia continuiamo a considerare giovani ragazzi che hanno già 23 o 24 anni. Però il coraggio deve essere accompagnato dal buon senso. Un giovane va inserito gradualmente: prima si allena con il gruppo, poi viene convocato, gioca qualche minuto, mezz’ora, un tempo e infine diventa un titolare. In altri Paesi c’è più disponibilità a correre questo tipo di rischio e spesso i risultati si vedono.“

Lei ha spesso parlato di sostenibilità: oggi un club può ancora crescere puntando sui giovani senza investimenti milionari?

“Assolutamente sì, ma servono progetti a medio-lungo termine, di tre o cinque anni. Chi vuole tutto e subito è destinato a fallire. Alla Cavese, ad esempio, avevamo immaginato un percorso che partisse dall’Under 15 per portare ogni anno alcuni ragazzi in prima squadra. Dopo cinque anni, avresti potuto contare su una rosa costruita in larga parte in casa, integrata da pochi calciatori esperti. Questa è la vera sostenibilità. Altrimenti il sistema rischia di non reggere economicamente. Anche per gli scout oggi è tutto più difficile: viaggiare costa sempre di più e le risorse a disposizione sono limitate.“

Se potesse cambiare una sola cosa del sistema calcio italiano per favorire la crescita dei talenti, quale sceglierebbe?

“La meritocrazia. È la cosa che manca di più. Le regole sugli Under, ad esempio, possono essere utili se applicate con criterio. Però i giovani vanno scelti perché sono bravi e hanno qualità, non solo perché devono occupare una casella. Anche in questo caso serve un percorso graduale: allenamenti, convocazioni, minuti in campo e poi la possibilità di diventare protagonisti. La meritocrazia e il coraggio devono andare di pari passo.“

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