Avarello tra Licata e paradossi della D: “Vogliamo creare una realtà solida. Regola under? Un ragazzo a vent’anni rischia di smettere”

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In un calcio sempre più condizionato dalla necessità di coniugare sostenibilità economica e risultati sportivi, il ruolo del direttore sportivo è diventato centrale nella costruzione dei progetti tecnici. A Licata, questa filosofia ha trovato terreno fertile in una società che ha deciso di puntare con convinzione sui giovani, investendo sul futuro senza lasciarsi condizionare dall’immediato. Ne abbiamo parlato con Alessandro Avarello, direttore sportivo gialloblù, che ha raccontato la propria esperienza, la crescita del suo ruolo negli anni e la visione che sta guidando il percorso del club siciliano.

L’intervista ad Alessandro Avarello: il ruolo del Diesse

Come si è evoluto negli anni il ruolo del direttore sportivo, soprattutto nei campionati dilettantistici e in Serie D?

“Sono partito dal mio paese, Canicattì, dove mi è stata data la possibilità di iniziare questa avventura. Da lì mi è piaciuto subito: il mondo del calcio è sempre stato la mia passione. Anno dopo anno ho cercato di migliorarmi; l’esperienza ti aiuta a evitare di ragionare d’impulso, cosa che spesso porta a commettere errori. Ho scelto Licata per sposare un progetto giovane. Il presidente mi ha coinvolto e ho accettato con piacere perché ho sempre lavorato bene con i giovani e ci credo. Non mi spaventava l’idea: i ragazzi a vent’anni oggi giocano già in nazionale, quindi definirli “giovani” è relativo solo alla carta d’identità.

Il ruolo del direttore sportivo è fondamentale per mantenere gli equilibri tra spogliatoio, staff e dirigenza. Molte società stanno iniziando solo ora a comprenderne davvero l’importanza, mentre prima venivi un po’ snobbato.”

Quali sono i fattori principali quando si pianifica una stagione? Si parte dall’allenatore, dal modulo o dal budget a disposizione?

“Si parte sempre dai programmi e dagli obiettivi della società, che ti definiscono il budget a disposizione. Quello è il primo passo. Da lì si sceglie l’allenatore, ci si confronta e si costruisce la squadra insieme allo staff. Non sono abituato a fare tutto da solo: mi piace sedermi al tavolo con la società e con il mister. La squadra non è del direttore sportivo, è del Licata. Dobbiamo trovare la soluzione migliore per il bene di tutti. Fin dall’inizio ci siamo confrontati e abbiamo cercato i profili giusti senza fretta, anche quando la piazza chiedeva altro. Oggi questa caparbietà ci sta dando soddisfazioni, ma non guardiamo la classifica a ottobre: i conti si fanno a maggio. Ora è bello essere lì in alto e lavorare con serenità, ma il nostro obiettivo primario resta far crescere questi ragazzi e portare avanti il progetto nel tempo.“

Giovani e scouting: la chiave è il tempo

Pensando alla valorizzazione dei giovani e allo scouting, la Sicilia è un grande bacino di talenti. Qual è il segreto per arrivare prima su un giovane e battere la concorrenza?

“Non ci sono veri e propri segreti, spesso incide anche la fortuna. Gli occhi per vedere chi è bravo ce li abbiamo tutti: guardi le partite, sfrutti le tue conoscenze e cerchi di arrivare prima degli altri. Bisogna però saper dare tempo ai ragazzi, senza pretendere che siano subito pronti. Un ragazzo che ti sembra già pronto magari ha raggiunto il suo livello massimo, mentre altri continuano a crescere nel tempo. La componente fondamentale è coinvolgerli nel progetto, far capire loro dove si trovano e con quali persone lavoreranno. Alla fine, i ragazzi cercano proprio questo tipo di ambiente.”

La gestione obbligatoria degli “under” in Serie D ed Eccellenza aiuta davvero la crescita dei giovani o rischia di creare un meccanismo artificiale?

“Io ci credo molto. La Serie D deve essere un serbatoio per il calcio professionistico. Non condivido la scelta di fare squadre imbottite di calciatori d’esperienza con ingaggi assurdi; chi deve vincere il campionato è giusto che lo faccia, ma le altre realtà dovrebbero contenere i costi e dare spazio ai giovani. Quest’anno mi sono imbattuto in diversi ragazzi, ventenni che hanno già due o tre campionati di Serie D alle spalle, che rischiano di non giocare più a calcio perché in Serie D non rientrano più nella regola degli “under” e in Eccellenza non vengono cercati. Bisogna dare loro la possibilità di continuare a giocare, divertirsi e misurarsi tra i grandi. Non ha senso che a vent’anni un ragazzo debba rischiare di smettere.”

Un Licata costruito sui giovani e il valore della programmazione

Da cosa nasce l’idea di schierare formazioni giovanissime, come in Coppa Italia contro il Trapani, con una squadra interamente composta da under, e come si sta sviluppando?

“L’idea è nata dal presidente, che ha voluto fortemente portare avanti questo progetto fin dall’inizio. Ho sposato subito la sua visione perché non mi interessa lavorare solo con profili già affermati; mi piacciono le scommesse, scovare il talento nelle categorie inferiori e metterlo nelle condizioni di esprimersi. Insieme al mister e al presidente abbiamo creato un gruppo molto giovane che sta facendo parlare di sé. Sappiamo che arriveranno momenti difficili, ma è proprio lì che dovremo compattarci e dimostrare di essere maturati, a prescindere dall’età.”

In Italia si guarda molto ai risultati immediati. Esistono ancora società che credono davvero nella sostenibilità di un progetto a lungo termine?

“Bisogna crederci per forza, non ha senso fare due anni al massimo per poi scomparire. Molte realtà stanno affrontando gravi difficoltà economiche proprio perché portano avanti progetti insostenibili. Alla base deve esserci un piano duraturo che ti consenta di costruire i tuoi giocatori nel tempo. A Licata vogliamo creare una realtà credibile da cui possano uscire ragazzi pronti per categorie superiori. Se non hai le risorse economiche o il blasone di piazze storiche per puntare subito al vertice, la strada giusta è costruire e valorizzare le tue risorse.“

Come si superano i momenti difficili

Come si gestiscono le difficoltà e come si mantiene l’equilibrio all’interno dello spogliatoio durante la stagione?

“L’equilibrio si mantiene preservando la serenità. La forza di una squadra parte dalla solidità della società e dell’ambiente. Quando arriveranno i momenti no, nello spogliatoio ci chiuderemo a riccio e faremo quadrato tra di noi: è l’unica ricetta che conosco. La società deve proteggere i ragazzi senza far gravare su di loro le pressioni. Non eravamo fenomeni prima e non saremo brocchi dopo; serve solo continuare a lavorare con equilibrio per superare i momenti complessi.“

Il consiglio ai futuri direttori sportivi

Che consiglio darebbe a un giovane che vuole intraprendere la carriera di direttore sportivo?

“L’unica cosa fondamentale è la passione, unita a onestà e serietà. Il calcio è un ambiente complesso, ma ci sono tante persone perbene. Se c’è la passione, c’è anche la spinta a studiare, documentarsi, osservare gli altri per capire dove sbagliano e fare continua autocritica su se stessi. Non bisogna guardare solo alla categoria o alla carriera immediata, ma al piacere di stare nel posto in cui si lavora e dare sempre il massimo. Il rispetto e i risultati arrivano di conseguenza.“

FOTO: Alessandro Avarello, Giuseppe Marrali.

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