Ezio Liccardi: “In Italia c’è un sistema vecchio, deve cambiare la cultura”

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Ezio Liccardi è l’attuale allenatore dello Sporting Apollosa, formazione militante nel campionato di Seconda Categoria Campana. Nel corso della sua lunga carriera, nella stagione 1994/95, Liccardi ha fatto anche parte dello staff dell’Udinese Calcio in Serie B agli ordini del prof. Claudio Bordon. Tornando successivamente nella sua terra, il Sannio, dove ha allenato in tutte le categorie del calcio dilettantistico. Il tecnico si è concesso ad una lunga intervista ai nostri microfoni, nella quale ha parlato del futuro dei giovani calciatori e delle criticità del sistema calcio italiano. Raccontando anche la sua storia. Un’intervista senza peli sulla lingua. Con dichiarazioni divisive – frutto ovviamente della sua esperienza personale nel mondo del calcio – ma a cui ha sempre dato una spiegazione.

Intervista a Liccardi, la premessa

Magari si potrà non essere d’accordo con quanto detto da Liccardi. Ma, senza dubbio, le sue parole aprono ad un ragionamento più ampio. Liccardi non è stato banale, anzi. Ha lasciato tanti spiragli in cui incunearsi per cercare di trovare delle soluzioni per il calcio italiano. Di seguito la conversazione avuta.

Leggendo la presentazione del tuo libro “La Scelta”, emerge la storia di un allenatore che ha attraversato l’Italia inseguendo il proprio sogno. Ritieni di averlo realizzato o senti che qualcosa sia rimasto incompiuto?

“Se il sogno era fare soldi, come molti pensano oggi, allora non ci sono riuscito. Se però considero che tutto ciò che ho ottenuto è frutto di sacrifici e del sudore versato sui polverosi campi del calcio dilettantistico, allora mi sento pienamente soddisfatto del mio percorso. A mio avviso, ci si può sentire realizzati anche senza arrivare necessariamente nel professionismo. Io sono partito dalla Terza Categoria e sono arrivato in Serie B senza aver mai giocato a calcio: credo di aver costruito qualcosa di importante nella mia vita”.

Grazie al tuo format TikTok “Il Calcio che Scotta” hai dato visibilità a molti giovani talenti che, da un giorno all’altro, si ritrovano citati da un esperto del settore. Che effetto ti fa?

“Ricevo ogni giorno numerosi messaggi da ragazzi che mi raccontano quanto questo format li motivi. Sapere che qualcuno li osserva e che qualcuno ricorderà il loro nome li spinge a dare sempre il massimo. Lo sento dire soprattutto dagli allenatori, che notano la determinazione dei ragazzi nel voler entrare nella mia “Top 11” che, diciamolo chiaramente, non è quella de La Gazzetta dello Sport, ma quella di un semplice appassionato di calcio. Questo mi rende orgoglioso di ciò che faccio e mi spinge a continuare. Non credo però di poter incidere concretamente sulle loro carriere. Mi farebbe comunque enorme piacere sapere che un ragazzo sia stato osservato grazie a una mia segnalazione”.

Il ruolo dell’allenatore: il pensiero di Liccardi

Nel corso della tua carriera avrai affrontato numerose difficoltà e molti rifiuti. Qual è stata la verità più difficile da accettare?

“La verità più dura da accettare è che, purtroppo, per noi allenatori la meritocrazia è passata in secondo piano. Oggi puoi vincere campionati e ottenere risultati, ma ci sarà sempre qualcuno pronto con la valigetta a prendere il tuo posto. Tuttavia, la colpa non è soltanto di chi porta la valigetta, ma anche di presidenti e società. È tutto tremendamente difficile”.

Come ha affermato recentemente mister De Rossi in conferenza stampa, per un allenatore senza un passato da calciatore professionista il percorso è estremamente complicato, se non addirittura impossibile. Condividi questa analisi?

“Assolutamente sì. Esistono però numerosi esempi di allenatori che hanno avuto successo senza aver mai calcato un campo da calcio da professionisti. Il caso più celebre è senza dubbio quello di Zdeněk Zeman, che il calcio non lo ha mai giocato ad alti livelli, ma lo ha insegnato e trasmesso per tutta la vita. Nel nostro Paese bisognerebbe ampliare maggiormente gli orizzonti mentali”.

Liccardi e il rapporto con i giovani

Come hai sottolineato più volte, il tuo rapporto con i giovani è molto forte. In che modo un ragazzo di prospettiva può emergere in un sistema calcistico italiano che appare sempre più in difficoltà?

“Credo che questo sistema sia marcio e corrotto. Come dice una nota canzone, “uno su mille ce la fa”. In questo caso forse anche uno su un milione. Il nostro compito, come educatori, è aiutare questi ragazzi a sognare, anche quando il sogno potrebbe non realizzarsi. Non dobbiamo illuderli, ma dare loro speranza. Nello spogliatoio cerco sempre di trasmettere positività, ricordando ai ragazzi che un giorno ripenseranno con orgoglio a tutto ciò che stanno vivendo, indipendentemente dalla Serie A. A 50 anni non ho ancora smesso di sognare, perché è proprio questo che ci permette di andare avanti”.

I Mondiali

In questo momento, però, molti tifosi si accontenterebbero anche solo di tornare a partecipare ai Mondiali.

“Se siamo arrivati a questo punto è anche colpa dell’evoluzione del calcio. La cultura calcistica italiana non è fatta per snaturarsi come quella belga, olandese o norvegese. Noi non siamo la Nazionale del calcio totale né quella del bel gioco. Abbiamo sempre basato le nostre fortune sul sacrificio, sull’organizzazione difensiva e sui migliori difensori del mondo, giocando spesso di contropiede. Oggi, invece, cerchiamo di imitare altre culture calcistiche, abbandonando la nostra identità. Così facendo abbiamo contribuito a far disinnamorare la gente del calcio: ormai la Nazionale interessa sempre meno.”

Esiste, secondo te, una soluzione a questo problema? Oppure rischiamo di assistere ai prossimi Mondiali ancora da spettatori?

“Credo che nei prossimi anni verrà dato maggiore spazio ai giovani, perché il popolo italiano merita delle risposte. Non commettiamo però l’errore di pensare che la soluzione sia semplicemente convocare qualche giovane in Nazionale. Alle spalle c’è un sistema vecchio. Potremmo anche tornare ai Mondiali, ma il movimento calcistico italiano continuerà ad avere problemi profondi. Ed è triste dirlo, considerando la storia del nostro calcio”.

I regolamenti

Pensi che l’introduzione di nuove regole possa invertire questa tendenza?

“Questa domanda la rivolgerei più a un arbitro, che prima o poi si stancherà di tenere il braccio alzato per contare i secondi e perderà la voglia di arbitrare. Ogni anno vengono introdotte nuove regole per rivoluzionare il calcio e, puntualmente, molte vengono eliminate l’anno successivo perché inefficaci. Sono cresciuto in un calcio pieno di perdite di tempo, come il retropassaggio al portiere. Danimarca e Grecia hanno persino conquistato un Campionato Europeo grazie a organizzazione difensiva e gestione dei ritmi. Oggi si è arrivati all’esasperazione. Si vuole accelerare uno sport che, purtroppo, è diventato meno emozionante. La chiave è migliorare quello che ormai è diventato soprattutto uno spettacolo commerciale”.

Cosa pensi della regola degli under obbligatori? È davvero uno strumento utile oppure molti giovani giocano esclusivamente per l’obbligo imposto?

“Credo che chiunque risponderebbe nello stesso modo. Se un giovane è forte, gioca. Lo hanno capito tutti, tranne le istituzioni. Chissà perché. Siamo uno dei popoli più anarchici che esistano: dalla nascita alla morte facciamo fatica a rispettare le regole. Allora perché continuare a introdurne di nuove? È la cultura che deve cambiare, non il regolamento”.

Il format Prendi Nota

Le domande sono terminate. Prima di salutarci, però, c’è un format che proponiamo in ogni intervista: indicaci tre giovani talenti da tenere assolutamente d’occhio.

“Sono rimasto piacevolmente colpito da Giampaolo Bonifazi, difensore classe 2009 della Roma. Poi c’è sicuramente Destiny Elimoghale, esterno offensivo sinistro classe 2009 della Juventus. Infine, cito Lorenzo Puricelli, difensore classe 2009 in forza all’Inter”.

FOTO: Ezio Liccardi, profilo Facebook, profilo Instagram

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