Dalla crisi dell’Europeo 2000 a un nuovo modello di sviluppo. Il confronto tra Belgio e Italia visto dagli occhi di Sabino Colella, un allenatore UEFA B.
L’Europeo del 2000, organizzato da Belgio e Paesi Bassi, rappresentò una delusione per la nazionale belga, eliminata nella fase a gironi. Quella crisi, insieme alle difficoltà emerse negli anni successivi, contribuì a far maturare una consapevolezza fondamentale: per tornare competitivi non bastava aspettare una nuova generazione di talenti, ma serviva ripensare il sistema calcio dalle fondamenta.
Il calcio belga, la sua rinascita: il lavoro di Michel Sablon
Michel Sablon, incaricato dalla federazione belga, insieme all’Università di Lovanio, decise di visionare più di 1.500 partite delle categorie giovanili e notò che la maggior parte dei ragazzini toccava pochi palloni e che, soprattutto, l’obiettivo non era farli migliorare, ma soltanto vincere. Proprio per questo, il Belgio scelse di investire sulla formazione giovanile, sulla preparazione degli allenatori e sulla condivisione di una filosofia di gioco. L’obiettivo era sviluppare calciatori tecnicamente preparati, capaci di leggere le situazioni e prendere decisioni, senza privilegiare esclusivamente la prestanza fisica o il risultato immediato.
I frutti di questo percorso sono diventati evidenti negli anni successivi, con l’affermazione di una generazione di campioni come Kevin De Bruyne, Eden Hazard, Romelu Lukaku e Thibaut Courtois. Il terzo posto al Mondiale 2018 ha rappresentato il punto più alto di questa crescita, dimostrando quanto programmazione e valorizzazione del talento possano contribuire al successo di una nazionale.
Belgio e Italia: due modelli a confronto
L’Italia ha una tradizione calcistica straordinaria, una cultura tattica riconosciuta a livello internazionale e allenatori di grande competenza. Tuttavia, il nostro movimento ha spesso mostrato difficoltà nel garantire continuità tra settore giovanile e calcio professionistico.
In molte realtà, soprattutto giovanili, la ricerca del risultato rischia di prevalere sulla crescita individuale. Si tende talvolta a privilegiare chi è fisicamente più pronto, trascurando giocatori tecnicamente e cognitivamente interessanti, ma con tempi di maturazione differenti.
La lezione belga non consiste nel copiare un modello, ma nel comprendere l’importanza di una visione condivisa: formare prima il calciatore e poi puntare al risultato. Il giovane deve imparare a controllare, trasmettere, dribblare, osservare e scegliere, sviluppando progressivamente la capacità di interpretare il gioco.
Il ruolo dell’allenatore
Da allenatore con licenza UEFA B, ritengo che il cambiamento debba partire proprio dal campo. Ogni seduta dovrebbe avere obiettivi chiari, esercitazioni coerenti e spazio per la creatività, la presa di decisione e la gestione dell’errore.
Vincere è importante, ma nel settore giovanile non può essere l’unico parametro per valutare il lavoro svolto. La domanda fondamentale dovrebbe essere: quanti giocatori stiamo aiutando a migliorare?
L’allenatore ha il compito di riconoscere le caratteristiche di ogni ragazzo, rispettarne i tempi di crescita e creare un ambiente in cui l’errore diventi un’occasione di apprendimento. Allo stesso tempo, è necessario costruire un collegamento più efficace tra formazione giovanile e prima squadra, offrendo ai giovani opportunità concrete di crescita.
Ripartire dai giovani
Il percorso belga dimostra che una crisi può trasformarsi in un’opportunità quando viene affrontata con programmazione, competenza e continuità. Per l’Italia, la sfida non è rinnegare la propria tradizione, ma valorizzarla attraverso una maggiore attenzione alla formazione individuale, alla qualità degli allenamenti e allo sviluppo a lungo termine.
Il futuro del calcio italiano non dipende soltanto dai grandi club o dai risultati della Nazionale. Dipende anche dal lavoro quotidiano delle società dilettantistiche, dai settori giovanili e da ogni allenatore che entra in campo con un progetto educativo e tecnico.
La vera domanda non è quanti campionati vinciamo con i giovani, ma quanti calciatori riusciamo a formare? Perché la rinascita di un movimento calcistico non comincia necessariamente negli stadi, ma sui campi di allenamento, attraverso il lavoro, la competenza e la capacità di credere nel potenziale di ogni ragazzo.
FOTO: Football Association of Singapore New Technical Director – Michel Sablon di VOXSPORTS VOXER, CC BY-NC 2.0

